«Oh quanto mi sono divertita! Ho pianto tutto il film»
I giornalisti sono un po’ pigri, amano le frasi fatte. Così se esce un film che stimola la lacrimuccia, per ironizzare, noi ciniconi rispolveriamo quasi sempre il titolo di quella commedia francese del 1977 che suonava “Preparate i fazzoletti” (in realtà si rideva, anche parecchio). Tuttavia a vedere alcuni bei film di questo primo scorcio del 2010, il fazzoletto bisogna prepararlo davvero. Il ciglio asciutto non è più una virtù. Si va al cinema e si piange come fontane, anche i più tosti sembrano vacillare, uomini e donne, trentenni e cinquantenni. Un tempo le nostre nonne sospiravano: «Oh quanto mi sono divertita! Ho pianto tutto il film». Sta succedendo di nuovo. E non è il ritorno della sindrome “Love story”.
Dovunque, in ufficio, al bar, a cena, senti donne che confessano: «Ho visto “La prima cosa bella” di Paolo Virzì. Ci credi che ho pianto dall’inizio alla fine?». A inizio gennaio era successo con “Hachiko”, la storia di quel cane che aspetta per anni, ogni giorno, alla stazione ferroviaria il padrone, nel frattempo morto di infarto. Nessuno qui in Italia, tanto meno alla casa che distribuisce, pensava che quel film avrebbe incassato 5 milioni e mezzo di euro. Invece sì. Ma si piange molto anche con “Il concerto” del romenofrancese Radu Mihaileanu. Quando, a mezz’ora dalla fine, sotto la volta del parigino Théâtre du Châtelet, partono le note strazianti del “Concerto per violino e orchestra n. 35” di Ciaikovski, al cinema è tutto un fiorire di lucciconi: un torrente che si ingrossa a mano a mano che musica e immagini, intrecciando presente e passato, formano un grumo emotivo inscindibile, dove confluiscono la bellezza dell’arte slava e il dolore della vita negata dalla dittatura comunista. Un tempo, per minimizzare, si diceva: emozioni estorte, effetti facili, lacrime programmate. Magari vale per il film con Richard Gere, quello del cagnetto, ma non per Virzì o Mihaileanu. Eppure si piange. Magari alcuni lo fanno di nascosto, fingendo di sistemarsi gli occhiali, com’è successo a quell’arcigno critico vedendo “Invictus” di Clint Eastwood, dove Mandela Freeman, partendo da un calcolo tutto politico, compie il miracolo umanissimo di riunificare il Sudafrica, a un passo dalla guerra civile, attorno alla squadra nazionale di rugby, venerata dalla minoranza bianca e odiata dalla maggioranza nera. Ma prendiamo il film di Virzì. Sostiene, da sinistra, Maria Laura Rodotà, anch’ella reduce da pianto prolungato: «Non sarà un capolavoro filmico, è un capolavoro nazionalterapeutico. Perché non provoca lacrime culturalmente e internazionalmente condivise. Ma fa sgorgare lacrime molto italiane, fa identificare nei pasticci sentimentali di mamma, babbo e figli, fa ritrovare ambienti familiari radicati nella nostra memoria, relazioni parentali che ci imbestialiscono e ci rassicurano». Racconta, da destra, Marcello Veneziani, anche se lo spunto serve per la consueta polemica sui temi della famiglia “tradizionale”: «Ero al cinema nella cinica e sorniona Roma, e ho avvertito che tanti, in solitudine, anche con qualche imbarazzo per i vicini, erano vinti dalle lacrime. Cercavano di nasconderlo, soprattutto i maschi, ma le mani passate sulle guance, gli occhi lucidi spiati di profilo, qualche brillìo sulle guance, qualche
fazzoletto e qualche sospiro evaso dal silenzio, tradivano un’aria collettiva di commozione e di partecipazione alla vita che continua e alla vita che finisce».
Succede al cinema con un film italiano, il che è una notizia confortante. Evidentemente nel raccontare una famiglia disgregata e incattivita riunitasi al capezzale della mamma, che fu sventata e vitale, e non rinuncia a esser tale anche nel momento del trapasso, Virzì ha colto qualcosa che è nell’aria. Ma pure un riflesso universale, che sarebbe sciocco attribuire tout court a una sorta di reazione emotiva contro l’Italia imbarbarita ed egoista. Insomma, a leggere l’Unità, l’Italia berlusconiana. Poi, s’intende, ognuno singhiozza come vuole al cinema: da solo o in compagnia, nel caso di “La prima cosa bella” pensando alla mamma che non c’è più o a quella che ancora c’è, magari anziana e malata, a lungo sopportata con occhio distratto. All’uscita del film di Virzì un’amica mi ha chiesto a bruciapelo: «Dimmi che almeno stavolta hai pianto?». M’è costato ammetterlo, ma avevo ancora il fazzoletto in mano, tutto bagnato.
Michele Anselmi
Articolo pubblicato sul secolo XIX, mercoledì 17 Febbraio 2010



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