
Nicola Pecorini inizia la sua attività nel 1976 lavorando come assistente del fotografo Oliviero Toscani, ma abbandona molto presto il mondo della moda.
Quando scopre l'ampia gamma di possibilità offerte dall'uso della Steadicam, decide di dedicarvisi con enfasi e, nel 1988, fonda la Steadicam Operator Association insieme a Garret Brown e si fa apprezzare come uno dei migliori operatori del mondo.
Ha girato un gran numero di spot pubblicitari per alcune grandi marche, fra cui Coca-Cola, McDonald's e Nike. Ha lavorato in qualità di operatore steadicam in produzioni cult, come Ladyhawke (1983, regia di Richard Donner, con Vittorio Storaro alla fotografia), Phenomena (1983, regia di Dario Argento), o French Kiss (1994, di Lawrence Kasdan), o “L’Ultimo Imperatore” ed il “Tè nel deserto” di Bernardo Bertolucci. Inizia la sua attività come direttore della fotografia, dapprima delle seconda unità (“Piccolo Buddha” di B.Bertolucci e “Cliffhanger” di R.Harlein), per poi
nel 1993 trasferirsi negli Stati Uniti, collaborando con grandissimi registi come Oliver Stone e Roman Polanski, ma soprattutto con Terry Gilliam, per il quale, a partire da “Paura e delirio a Las Vegas”, ha firmato la fotografia di cinque film, compreso l’incompiuto “Don Chichotte”.
Nel 2008 inizia la collaborazione con Virzì firmando la fotografia del film “Tutta la vita davanti”.
Intervista a Nicola Pecorini che racconta il suo lavoro per “La prima cosa bella” di Paolo Virzì
Con Paolo siete al secondo film assieme, anche vedendovi sul set pare che si sia creato un sodalizio artistico duraturo. Dice Virzì: Nicola è il più dotato tra i direttori della fotografia con cui ho lavorato, è geniale, una persona spiritosa, intelligente, divertente, e lei cosa pensa di Virzì?
"Potrei dire le stesse cose. Anche lui è geniale, divertente, spiritoso, e soprattutto mi piace che non s’incancrenisce sulle cose, è uno che lascia la testa aperta, è pronto a cambiare idea, ad abbracciare idee altrui, basta che siano valide, è una cosa che a me piace molto: il fatto di poter sempre evolversi, non fossilizzarsi in un’idea preconcetta. Io mi trovo molto bene a lavorare con lui, ci si diverte, anche se forse divertirsi non è una parola esatta, ma è sempre molto effervescente la lavorazione con Paolo."
La prima cosa bella, ripercorre quasi quarant’anni di vita livornese, la fotografia cambia di decennio in decennio è interessante capire come avete lavorato.
"Questo film è tante cose, ma è soprattutto una specie di ode a Livorno, non necessariamente una lode, ma una ode. Il rapporto che Paolo ha con Livorno è anche molto conflittuale, però ce l’ha nel cuore, per cui lui è arrivato da me con una valanga di riferimenti visivi relativi alla sua infanzia livornese, ai suoi ricordi, che non sono necessariamente ricordi reali, come per tutti noi, insieme abbiamo fatto una grossa ricerca iconografica, andando indietro fino ai macchiaioli. Per cui non direi di stile fotografico differente da epoca ad epoca, però sicuramente ogni epoca doveva avere una sua caratterizzazione. Si è scelto soprattutto di cambiare pellicola in modo tale da riuscire a sfruttarne le specificità in relazione alle varie epoche, in postproduzione poi abbiamo cercato in qualche modo di esasperare queste differenze."
Allora, che cosa le ha chiesto Virzì per La prima cosa bella, c’è un film, un genere che serviva da modello?
"No, non ci son state referenze cinematografiche, tra l’altro è una cosa che a me in generale non piace, perché ho sempre l’impressione che se ci si rifà a un film è un po’ rifare quel film, cioè se un film è stato fatto è stato fatto, basta, facciamo il prossimo. La maggior parte delle referenze erano pittoriche, ci ha molto ispirato il lavoro di Renato Natali, che pur vivendo a Parigi, come tutti i livornesi fuggiti da Livorno, non riesce a dimenticare la città dove è nato e per tutta la vita non smetterà mai di dipingerla. E la cosa più incredibile di Natali è che ha veramente catturato l’anima e la luce di Livorno, che è una luce tutta particolare per una serie di questioni geografiche, perché è sul mare, e per il modo in cui è costruita per cui secondo le ore del giorno spesso e volentieri le strade di Livorno sono buie da un lato e tutte in luce dall’altro. Questa è stata più o meno la linea guida, molto generica, non specifica."
Lei è un mago della steadicam, ha conosciuto Garrett Brown e con lui ha fondato da Steadicam Operators Association. Può raccontarci che ruolo ha avuto questa tecnica nei due film di Paolo Virzì?
"Sì, io ho avuto la fortuna di essere fra i primi che hanno iniziato ad usare la steadicam una ventina di anni fa, e tra i primi a seguire lo sviluppo tecnologico e le applicazioni della tecnologia al linguaggio cinematografico. All’inizio ero un po’ fanatico, poi piano piano con gli anni mi sono calmato un po’, e adesso per me la steadicam è uno strumento importante e anche indispensabile, però né più né meno di un dolly o di un carrello."
Lei ha lavorato per registi visionari come Gilliam, Argento, Bertolucci, come definirebbe Virzì? Nel tempo è diventato anche lui un visionario? Pensi che quando esordì diceva che la MDP la poteva mettere pure la sarta.
"Ha ragione: chiunque può mettere la macchina da presa, il problema è come la metti. E’ buffo perché nei nostri lavori di tecnici cinematografici è sempre richiesta una conoscenza tecnica appunto, mentre invece è vero che il regista in effetti è l’unico a cui nessuno chiede mai dell’esperienza alle spalle. Paolo per fortuna ce l’ha quell’esperienza e tanta anche, come dicevo prima di tutto è uno che sta attento, che ascolta, che è curioso, per cui nel corso degli anni la sua conoscenza tecnica è anche cresciuta. Sicuramente è un visionario, io trovo che chiunque abbia la voglia, la forza, la capacità di mettere per immagini quello che nasce come parola scritta sia un visionario per definizione. Poi, chiaramente, fra Paolo e Terry Gilliam c’è una differenza enorme, proprio di approccio alla struttura del racconto, a quello che racconti, che non dico una cosa è meglio dell’altra, son due tipi di registi diversi che hanno pruriti diversi e che per cui si grattano in maniera diversa questi pruriti, tutt’e due molto validi, se potessi il mio desiderio nella vita sarebbe di poter lavorare con loro il più possibile."
Si dice che quando ci sono due macchine da presa Virzì si mette dietro la seconda, con risultati discreti, è così?
"Discreti?! Sì, è così, gli piace molto mettersi dietro la macchina da presa e devo dire da un punto di vista tecnico lascia moltissimo a desiderare. Lo sa anche lui, è il primo a saperlo, non ha velleità di essere un bravo operatore di macchina. A volte può essere utile avere una macchina che va per tentativi, nell’ambito del racconto può anche aiutare, aggiungere qualcosa, altre volte lui è il primo che fa un ciak e al secondo ciak viene e ti dice, falla te, io trovo giusto che un regista ogni tanto si metta anche dietro la macchina da presa ed è ancora più giusto che sia capace di riconoscere quando va bene e quando no."
La sua casa italiana è a Volterra non molto distante da Livorno, cosa ha capito di Livorno girando il film insieme a Virzì?
"Io la conoscevo un pochino Livorno, prima del film, l’ho conosciuta meglio in preparazione, perché poi durante la lavorazione non è che ci sia molto tempo per fare altro. Ho capito fondamentalmente che è forse l’unica, l’ultima città veramente anarchica rimasta in Italia, ed è molto piacevole, c’è un’anarchia diffusa che si sposa però a un profondo rispetto dell’altro, come trovo che la vera anarchia dovrebbe essere. Io mi son trovato benissimo, tornerei a far un film a Livorno domattina."
Cosa rappresenta Livorno per Virzì e che significa questo ritorno alla città natale.
"C’è una lunga storia di artisti livornesi che si son sentiti respinti dalla propria città, il caso più classico conosciuto è Modigliani, ma appunto sentendo altre storie durante la preparazione di questo film, non era un caso isolato, Renato Natali a cui abbiamo prestato particolare attenzione, cantanti, forse l’unico che è rimasto a Livorno senza scappare è Bobo Rondelli. Paolo in qualche modo nel corso degli anni ha avuto sempre una forte ambivalenza per Livorno, amore e odio e, come credo ognuno di noi, un profondo rispetto la città in cui si è cresciuti. Se tu parli con quelli che son da trent’anni a Roma ti dicono, non vedo l’ora d’andar via da Roma, però poi vanno via da Roma e dopo tre mesi gli manca Roma. E la stessa cosa è per Paolo, secondo me lui ha raggiunto adesso una crescita personale, che è riuscito ad esternare nello scrivere questo copione, che però d’altra parte non è niente di nuovo, perché non è il primo film che ambienta a Livorno. Forse questo è il primo film in cui tenta di fare una somma di tutto quello che è il suo atteggiamento e sentimento verso la città, gli altri erano più episodici, penso ad Ovosodo."
Cosa rappresenta Livorno per Virzì e che significa questo ritorno alla città natale?
"Questo film probabilmente, è un’ode a Livorno nel senso che ne canta le bellezze, ma anche le brutture, e secondo me, da un punto di vista personale giurerei che Paolo si sente più leggero dopo averlo girato. Io notavo che quando giravamo a volte aveva dei momenti estremamente conflittuali con Livorno e i livornesi, e però poi si appianava sempre tutto, ecco, non c’è mai stato astio, a livello di analisi personale, a livello di accettare anche le imperfezioni dei cittadini di questa città, così come si rendeva conto che la città accettava le sue di imperfezioni. Ci sono stati momenti molto divertenti, di scontri anche verbali accesi durante le preparazioni, dopo tutto quando fai cinema invadi lo spazio altrui, puoi cercare di essere il più discreto possibile ma quando arrivano i camion, le luci, blocchi il traffico e cose così, chiaramente causi disturbanza diciamo, però alla fine noi non ci siamo mai sentiti respinti, cosa che invece spesso e volentieri capita in città che hanno più abitudine a troupe cinematografiche, trovi dei nemici già lì pronti, prima ancora di averli potuti conoscere."
Intervista a cura di Gabriele Acerbo.



