Motorino News
20 Gennaio 2010
L'Amore conta
David Lubrano

Cinepanettone? Meglio il "filmcacciucco"
Paolo Virzì parla del nuovo film "saporito, piccante, con tanti ingredienti". Come il popolare piatto toscano

 

L'incontro con il regista Paolo Virzì avviene in una tipica trattoria livornese. Le pareti tappezzate con le maglie del Livorno e le locandine de Il Vernacoliere , orgogliosamente incorniciate come lauree da 110 e lode. Per uno come me, che abita a Livorno ed è costretto per motivi di lavoro a trascorrere gran parte del suo tempo sugli Eurostar (con tutto quello che consegue), non poteva esserci situazione migliore. Tra un piatto e l 'altro della tradizione culinaria della zona, parliamo del suo ultimo film, in uscita in questi giorni.


Per La prima cosa bella è ritornato a girare a Livorno. Per comodità, perché Livorno rappresenta un certo tipo di provincia o per altro?


«Sì, anche per comodità, è a portata di mano. Ma anche perché Livorno è per me motivo d 'ispirazione. Una città di provincia che però ha le facce di una piccola grande metropoli, ci trovi il conflitto sociale come nella Londra fine Ottocento, l 'umorismo brusco e irriverente dei livornesi, i bottegai ebrei come nel Lower East Side di New York».


Eppure Livorno è la città meno d'arte della Toscana. C'è il mare ma il litorale non è chic come quello della Versilia.


«Livorno fa schifo, però proprio per questo ha una magia che io adoro. È una città da romanzo. Il paesaggio è nordico ma il carattere delle persone è mediterraneo, indolente, spernacchia l 'etica del lavoro. Come location cinematografica non è mai convenzionale, ha fascino, forse proprio perché non è la classica cartolina toscana. Livorno è stata deturpata dalla guerra, nella stessa inquadratura trovi strati diversi, dallo scorcio mediceo all 'obbrobrio edilizio anni Cinquanta. E poi girare un film qui è un'esperienza particolare. Intorno al set la gente si ferma a commentare, "mettono bocca", criticano. Ma quando gli piace una scena battono le mani. È come avere il primo pubblico dal vivo».

 

L'ambientazione livornese del film non fa comunque emergere un "effetto nostalgia" per la sua città natale...

 

«Non è di sicuro un Amarcord alla livornese. Il capolavoro di Fellini era una gioiosa e ironica celebrazione dell'infanzia. Nella storia di Anna (interpretata da Stefania Sandrelli - ai giorni nostri - e da Micaela Ramazzotti - negli anni Settanta) e del rapporto con i due figli (Claudia Pandolfi e Valerio Mastandrea) c'è piuttosto un'idea del conflitto tra le generazioni, tra passato e presente. Un fare i conti con la propria esistenza, con la propria famiglia, con le proprie radici. Un faticoso tentativo di recupero degli affetti. E poi, malgrado il tema doloroso della morte, il finale è riconciliante. Come dice Anna: "Che lavoro, bimbi, ma ci siamo tanto divertiti "».

 

Nel cast ci sono molti attori livornesi. Si può definire un "Cinecacciucco"?

 

«Ma sì, il cacciucco è un piatto popolare, con ingredienti diversi, piccante, saporito e anche un po' indigeribile».

 

La storia è raccontata attraverso un continuo rimando tra i giorni nostri e la fine degli anni Sessanta. Stefania Sandrelli è stata un'icona di quell'epoca.

 

«E infatti non avrei potuto scrivere questo film senza Stefania Sandrelli. È stata lei uno dei motivi ispiratori del film. Lei è l 'incarnazione vivente della provinciale toscana dalla bellezza leggendaria che suscita fraintendimenti e malizie. Alla fine la sua storia reale s'intreccia un po' con il suo profilo, con la sua storia cinematografica».

 

Nel suo film si ride e ci si commuove. Proprio come nelle commedie che si facevano in quegli anni. Eravamo i maestri di questo genere di cinema. Poi che cosa è successo?

 

«Sono cambiati i tempi. Prendiamo Amici miei . All'epoca era considerato un film comico, ma la vicenda era anche pervasa da un senso di strazio e di morte. Forse se oggi lo vedesse un ragazzo di sedici anni lo prenderebbe per un film drammatico. Ho grande passione per un cinema in cui dramma e comicità vanno a braccetto. Il dramma da solo rischia di diventare melenso e retorico, mentre la comicità da sola non mi fa proprio ridere. Adesso qualcuno considera il mio cinema come cinema d 'autore. Non ho ancora capito se sono migliorato io o peggiorato il cinema. Probabilmente la responsabilità ce l 'ha certa televisione che ha appiattito i gusti».

 

Quindi in televisione non si possono fare cose belle?

 

«La televisione non è il male. Il guaio è che le televisioni tendono a proporre sempre le stesse cose. Paradossalmente ci sono mille canali ma non c'è scelta, l 'offerta è sempre la solita. I palinsesti spesso non rispondono a leggi di mercato, ma semplicemente a logiche politiche».

 

Accetterebbe di girare un cinepanettone?

«Perché no? Cercherei solo di farlo alla mia maniera. Sono un appassionato di comicità. Ho iniziato a fare questo mestiere scrivendo scenette per i comici. Però la comicità dei cinepanettoni attuali non mi fa ridere. E il problema non sono le gag sulla cacca o sul sesso. Non ho niente contro la volgarità. Resto un ragazzaccio delle Sorgenti ( quartiere popolare di Livorno, ndr). Dico allora, viva la volgarità, se fa ridere. Quello che non mi piace dei cinepanettoni è il mondo fasullo che raccontano. Chi è che va a iscrivere il proprio figlio a un college di Beverly Hills in questo periodo di crisi? Forse soltanto Aurelio De Laurentiis».

 

La prima cosa bella è co-prodotto dalla Motorino Amaranto, la sua casa di produzione. Perché questa scelta di fare anche il produttore?

 

«Almeno per un paio di buoni motivi. Il primo è quello di aiutare altri registi, magari giovani esordienti, a produrre le proprie idee. Il secondo nasce dal fatto che le risorse per il cinema sono sempre più scarse, soprattutto per il cinema di qualità. Dunque è sempre meglio controllare in prima persona che i soldi finiscano tutti nella pellicola e non vadano sperperati in giro, nei vari benefit aziendali».

 

E arrivasse una telefonata da Hollywood?

 

«Non succederà mai. E poi, se anche mi chiamassero, forse non saprei padroneggiare la macchina del cinema come loro la concepiscono. Quando alle volte Gabriele (Muccino) mi fa i racconti entusiastici sui metodi di lavorazione hollywoodiani, io lo ascolto con un misto di ammirazione e sgomento: "È bellissimo, facciamo 2.000 preview... poi giriamo il finale dopo...". Ma come cavolo fanno, mi chiedo?».

 

A questo punto è inevitabile parlare di Micaela Ramazzotti. Protagonista del film, sua moglie nella vita, che presto le darà un figlio. Il rischio di passare per gli Albano e Romina Power del cinema non si pone: Livorno non è di sicuro bucolica come Cellino S. Marco...

 

«Micaela si è proprio innamorata di Livorno. Lei, che è di Roma Ovest, dice che le ricorda Ostia. Ma non bisogna farlo sapere ai livornesi che sennò s'offendono. Secondo me c'è una specie di incantesimo che tutte le mattine fa svegliare questa creatura bellissima accanto a me nel letto. Siamo talmente buffi insieme. Sembriamo un po' la Bella e la Bestia della fiaba. Anzi, qualche volta penso perfino a Rank Xerox e Lubna ( i personaggi di un famoso fumetto italiano creato da Stefano Tamburini e Tanino Liberatore e pubblicato negli anni Ottanta, ndr)».

 

Quale altro regista italiano le piacerebbe che la dirigesse?

 

«Non saprei... L'importante è che non sia un tipo troppo affascinante. Sa, lei mi vede intelligentissimo e addirittura sexy. Ho un po' paura che qualcuno possa destarla dal sogno. Forse, a pensarci bene, meglio registe donne».

 David Lubrano

 

 Intervista pubblicata su "A" il 20/01/2010 

 

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