Virzì, ridare le parole alle cose negli anni dell'Italia perduta. Viaggio «dentro» il nuovo lavoro del regista livornese, «La prima cosa bella»
Non c'è niente di cui abbiamo più bisogno. Ridare un nome alle cose. Daccapo, rinominarle come quando dopo un'epidemia, una perdita di memoria collettiva arriva un superstite con le etichette e le attacca alle cose: tavolo, sedia, lampada, penna. Guardate: pen-na. Serve a scrivere. Ecco. In un tempo in cui davvero non sappiamo più di cosa parliamo quando parliamo d'amore (di Chiesa e di carità cristiana? di regole e diritto di famiglia? di politica per farci un partito?) Paolo Virzì ha fatto un film che riassegna un posto ai sentimenti: il loro posto.
Confuso eppure chiarissimo, scalcinato e indistruttibile, agrodolce, semplicissimo, definitivo, talmente piccolo da contenere una persona sola e così grande da farci entrare tutti. Un film che parla di vita mentre racconta la morte, di cose che funzionano al collasso, di bellezza inconsapevole, la bellezza senza silicone e senza restauri quella delle donne che «intrampolano» sui tacchi e scoppiano nei vestiti, che ridono e piangono ma mai in favore di telecamera, sempre e solo per sé, quella dei palazzi quadrati in una città di vento, dei giardinetti spelacchiati e dei tinelli con la specchiera dove i bimbi crescono di quello che c'è, pazienza se è poco.
Un posto qualunque che però è un posto preciso e vero invece, è Livorno: la più anonima e scalcagnata delle città, la più brutta di Toscana - «cosa c'ha che non ti piace Livorno?». «Tutto» - e invece liquida e lucida nelle notti sui Fossi, ariosa dei giorni, una città che è un posto di transito dove tutto passa e tutto in qualche storto modo resta e a chi ci vive sembra sempre di ballare. Di fare il bagno al mare, «che fa tanto bene».
Mentre la politica avvilisce, il Paese imbruttisce, i sentimenti collettivi intorpidiscono e la direzione di marcia (dove si va, con chi, chi guida?) è così vaga che è meglio non pensarci e andare al bar a far colazione col cornetto esce "La prima cosa bella", l'ultimo film di quello che i critici indicano come il vero erede della grande tradizione della commedia all'italiana, il regista che ci ha raccontato gli scontri di classe quel che resta della borghesia gli operai di provincia la chimera del successo tv la paranoia macabra dei call centre. E dunque cosa fa oggi Virzì, in questa landa desolata? Un film di denuncia, un film sulla politica del malaffare e delle leghe, un film sulla crisi economica? Nemmeno per sogno. Fa (con Francesco Bruni, coautore di sempre, e con Francesco Piccolo) l'unica cosa che abbia senso: fa reset, come col computer.
Daccapo. Ricominciamo da capo. Una storia vera e semplicissima che comincia negli anni Settanta e arriva a stamattina, parte dalla Castiglioncello di Dino Risi e Mastroianni e ci torna adesso, sul lungomare di libeccio dove sono rimaste solo le tamerici e i cavalloni, quelli uguali. Dice: mare, desiderio, vergogna, paura, bellezza, morte, zucchero, fratelli. Ci mette l'etichetta. Una mamma bellissima che ti rovina la vita e te la riempie, un padre che di suo ci mette le botte della gelosia, due bambini da tirarsi dietro scappando sempre per mano, sempre cantanto, via bimbi si canta? Non è nulla, cantiamo.
Stefania Sandrelli così brava non l'avete vista mai: a letto nell'hospice un momento prima di morire che fa ridere e innamora, che scappa per andare al cinema e al figlio quarantenne dice ti serve nulla amore? Mutande, calzini?, poi mangia lo zucchero filato. Michela Ramazzotti, la madre da giovane, è un fiore selvatico una tromba d'aria al largo dell'Elba, uno spettacolo della natura che uno la guarda e dice: da dove viene, a chi somiglia? I due fratelli, Claudia Pandolfi e Valerio Mastrandrea, sono bravi da sembrare veri: belli mentre sono brutti, pieni di dispetto nell'amore e di segreti facili da riconoscere anche per chi non li nomina mai, i segreti di ciascuno.
Tutti gli attori sono diretti così da risultare tagliati al millimetro, Dario Ballantini e Marco Messeri, i livornesi: il giornalista lacchè col parrucchino Emanuele Barresi, il vicesindaco Giorgio Algranti, la professoressa di liceo Lucilla Serchi. Alcuni di loro sono davvero questo nella vita. Una professoressa, una cassiera del cinema, un medico di cure palliative, un regista, un portuale. I costumi, di Ella Pescucci, un capolavoro dell’anima: dev’essere stato bello per una superstar come lei tornare sul lungomare di Rosignano da dove è partita.
Così quando il film finisce si canta "la prima cosa bella" per una settimana, ci si sente che anche quando va male si può sempre dire «però ci siamo tanto divertiti», si pensa che bisognerebbe ritelefonare alla zia Lina e tornare a casa, ogni tanto. La casa di quando eravamo bambini. Perché non ha proprio senso arrendersi, mai. Né davanti alla chemio né davanti al fallimento di un progetto né davanti alla vita quando il mondo fuori è quello che è, dove niente è più al suo posto e non si sa come farcelo tornare. Ecco come: ricominciando da dove siamo partiti, dal nostro posto, prendendo i bimbi per mano e attraversando la strada di notte, non importa se è buio e se fa vento. La luce è dentro, basta accenderla.
Articolo pubblicato su "l'Unità" dell'11 gennaio 2010



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