Un nuovo film, 'La prima cosa bella', tra ricordi di famiglia e il richiamo a 'Io la conoscevo bene'. Con Stefania Sandrelli e Micaela Ramazzoti. Omaggio a donne forti e alle ragioni del cuore.
Niente succede a caso. E non per caso Paolo Virzì sarcastico e irriverente narratore degli italici vizi contemporanei, il regista che ha immortalato la crisi d'identità degli operai di Piombino nella 'Bella vita', la scuola classista nella Roma cafona di 'Caterina va in città', la schizofrenica esistenza dei precari in 'Tutta la vita davanti', adesso sia tornato a casa. A Livorno per raccontare in un tragicomico melò la semplice follia della vita di provincia, i sentimenti eterni, gli amori e gli errori di un pezzo d'Italia che potrebbe anche essere l'Italia tutta, con le sue stravaganze e le sue ricchezze che per fortuna in una storia che si svolge negli anni Settanta, non sono ancora solo sinonimo di denaro.
Perché questo suo ultimo film, 'La prima cosa bella' (nelle sale dal 15 gennaio), nasce proprio dalla soffitta di casa Virzì. Dagli album di famiglia che hanno suggerito a una eccellente costumista come Gabriella Pescucci filologici abiti e accessori; dai filmini in superotto girati in spiaggia e sotto l'albero di Natale nel Virzì appartamento livornese; dalle canzonette cantate in coro da grandi e piccini a ogni occasioni; dai caratteri a tinte forti di zii e zie immancabili in ogni tribù. Virzì, dunque è tornato a casa. E per casa non s'intende solo la sua Livorno "maliziosa, spavalda, simpatica, plebea e meschina" come la vede lui, "la più brutta città della Toscana che in questo caso diventa un pregio visto che perlomeno non è mai melensa".
In questo film ci sono tutte le case di Paolo Virzì: da quella che è la sua culla professionale, ovvero la tradizione del grande cinema italiano che qui ha il volto di Stefania Sandrelli, in un ruolo che è quasi la summa di tutti i suoi ruoli e un'interpretazione che non può lasciare indifferenti. E poi c'è la casa vera, quella intima della sua famiglia, descritta dal regista come composta da un babbo carabiniere, dal mitico zio Claudio Villa (cugino del padre) e da una mamma ex cantante bellissima ed esuberante, incontrollabile, cinguettante e chiacchierona "che riesce ad attaccare ancora bottone con tutti e ancora seduce tutti".
Proprio come Anna Nigiotti in Michelucci, la nostra tragicomica eroina che cullava i figli cantando l'hit di Sanremo 1971 (da cui il titolo) ispirata come Nicola Di Bari. Femmina folle di provincia eletta miss stabilimento Pancaldi in un triste concorso balneare che scatena la violenta gelosia del marito e il conseguente divorzio, causa di ogni sciagura. Creatura ingenua quanto basta a combinar casini, ma a suo modo anche 'madre courage' dallo strabordante e fisico affetto verso i due figli, intenso quel che basta a rovinarli entrambi. Uno di quei personaggi che restano nel tempo, o meglio che dal tempo arrivano sommando l'indimenticabile, stralunata e lieve Adriana di 'Io la conoscevo bene' di Pietrangeli alla ricca e sfarfallante Roberta della 'Bella di Lodi' portata sugli schermi da Mario Missiroli, ma nata dalla penna di Arbasino.
Donne eterne che ritornano qui intatte nello spiritaccio dirompente della straordinaria Sandrelli, mamma malata, anzi in fin di vita, che neanche la chemio riesce a fermare. Femmina tanto avvolgente da far innamorare anche i vicini di letto, tanto vitale da scappare dall'ospedale pur di andare al cinema, ballare e mangiare zucchero filato con la joie de vivre di una bambina. Neanche la morte riesce a fermarla. E la scena della sua dipartita, degna di tanta donna, è tra le più folli mai viste al cinema, "quasi una festa come i funerali dei neri di New Orleans" l'ha voluta Virzì. Lei più che protagonista è un'icona. Dunque immortale, sia per noi spettatori che per i suoi due amatissimi figli che si ritrovano finalmente riuniti al suo capezzale. Ovvero: il depresso e spennacchiato Valerio Mastandrea, perfetto nel ruolo di ex poeta fallito fuggito al Nord dove tristemente, fra alcol e canne, trascina la sua vita da gatto randagio. E sua sorella, Claudia Pandolfi, che si protegge dai traumi della caotica infanzia, rinchiudendosi con ostinata infelicità in un matrimonio e in un lavoro mediocri. Comincia così con il ritorno a casa, come da classica morfologia di una fiaba, l'avventurosa storia di Anna Nigiotti in Michelucci. E poi via, in un gioco di rimandi e di flashback che a perdifiato e senza vuoti, racconta gioie e disavventure della bella Anna in una provincia dove i conflitti sociali sono quasi scomparsi, mentre quelli tra uomo e donna sono tutti a tinte forti e generano dramma, commedia e farsa.
È lì nei ricordi di Mastandrea che prende corpo 'La prima cosa bella', ovvero il corpo di una mamma fin troppo sexy per lui, che ha il volto di Micaela Ramazzotti giovane alter ego della Sandrelli, attrice coraggiosa che ha sfidato con successo tanto confronto. Nel film la povera è un'anima in pena che scappa di continuo dagli amanti e da se stessa, trascinandosi sempre appresso i suoi cuccioli, consolandoli con canzonette e carezze, massacrandoli con il suo sgangherato amore. Eppure è simpatica, commuove e irrita, fa piangere e ridere, inibisce il giudizio e ci schiaccia con la naturalezza del suo fascino.
Donna vera come la vita. "Maliziosa, spavalda, simpatica, irriverente, plebea e meschina come la sua città" che è Livorno, ma potrebbe essere ovunque. Un pezzo d'Italia sospesa nel tempo, dove nei flashback non appaiono cortei, né fabbriche, né scioperi. E nella parte di storia che si svolge ai nostri giorni non c'è traccia di Berlusconi né di crisi economica. Si pone la domanda. Perché un regista tanto graffiante non è stato folgorato dal così pittoresco odierno clima social-politico? Perché ha raccontato sia pure con molta intensità una commedia umana indulgente e commossa verso un'Italia di anime semplici, coerenti e vitali come non siamo più abituati a vedere?
"Perché sono sgomento, stanco, esterrefatto e sfinito da questo clima di aggressività e di astio non solo politico, ma quotidiano che esplode nel traffico e nelle riunioni di condominio. Avevo bisogno di riconciliazione almeno dentro di me. E lavorare a queste storie di gente comune di sentimenti antichi mi ha aiutato a riconciliarmi con me stesso, con il mio Paese e con la mia città. Livorno è il mio teatrino personale come Newark per Philip Roth, Boulder per John Fante o il Rione Sanità per Mario Merola. Un posto dove sono cresciuto, fra adulti che avevano ancora fiducia nel mondo e una buona dose di innocenza e di incoscienza che li faceva guardare al futuro con entusiasmo. Non per nostalgia, ma per terapia avevo bisogno di immergermi di nuovo fra loro".
Ed è un immersione totale non solo fra questi personaggi di una provincia eterna, ma anche nella tradizione di un cinema che deve molta della sua grandezza ad aver raccontato gli italiani per quel che sono e non per l'immagine appiattita che rimandano le televisioni. Un mondo ricco di sentimenti e non solo di soldi, un ciclo della vita dove il dolore può anche addolcire e non solo indurire, un film dove un regista rende omaggio alla storia restituendo a una grande attrice il ruolo che merita e tornando al mestiere quasi come una pratica etica. "Concedetemi per una volta niente problematica sociale ma pezzi palpitanti del mio cuore", ha detto Virzì. Ma a pensarci bene, visti i tempi, 'La prima cosa bella' potrebbe essere il più politico dei suoi film.
Articolo pubblicato su "L'Espresso" del 29 Dicembre 2009



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