Motorino News
18 Novembre '09
Virzì torna a livorno
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LIVORNO Lungomare di Livorno, notte. Si gira la scena che apre il film. Affollati dalle comparse conciate da Gabriella Pescucci secondo la versione più inguardabile della terrificante moda di allora - e miracolosamente intatti nella loro atmosfera d' epoca - i "Bagni Pancaldi" accolgono la proclamazione della locale Miss Estate 1971. Ma anche, festa provinciale nella festa provinciale, di "Miss Mamma Estate". Orchestrina, presentatore querulo, cantante melodico brizzolato e provolone. È il set appena avviato del nuovo film di Paolo Virzì: La prima cosa bella, dall' omonima canzone cantata dai Ricchi e Poveri. Scritto con Francesco Bruni e Francesco Piccolo (che lavora anche al prossimo film di Moretti). Produzione Motorino Amaranto del regista con il fratello Carlo, "Indiana", la nuova società di cui è socio anche Gabriele Muccino, e Medusa. Sullo sfondo di un agrodolce, amarognolo ma nostalgico ritorno di Virzì all' amata-odiata città natale, un paio di fatti. Il primo è un documentario da Virzì dedicato al cantautore concittadino Roberto "Bobo" Rondelli: omaggio a una livornesità anarco-autolesionista, di struggente malinconia. Rondelli, perfetto imitatore di Mastroianni, sarà anche nel film. L' altro fatto è che una delle ultime oasi del progressismo italiano va incontro alle elezioni comunali con quattro liste di centrosinistra (due) e di sinistra-sinistra (due) lasciando temere una débacle a favore della compatta lista governativa. A pochi chilometri dal tratto di litoranea dove Gassman, Trintignante la strafottente Aurelia spider del Sorpasso precipitano per la scarpata, il più accreditato erede dei tempi d' oro della commedia italiana intesse una nuova storia intrisa, come tutte le sue ma anche - come vedremo - un po' diversamente, di satirae commozione, di sensibilità "alla Ken Loach" e di memoria cinematografica. Ma più che ai cari maestri Scarpelli, Monicelli, Scola, il riferimentoè qui al Pietrangeli di Io la conoscevo bene, La visita, La parmigiana. Perché al centro c' è il rotondo personaggio di Anna ("Nigiotti in Michelucci"), accompagnato nell' arco di 35 anni. Da quella serata calda del ' 71 in cui viene proclamata "Miss Mamma Estate". Serata consegnata alle cronache cittadine del tempo,e al ricordo infantile del regista all' epoca bambino di 7 anni. Anna giovane donna, moglie (di Mario, carabiniere rabbiosamente geloso, perdutamente innamorato), mamma (di Bruno, ipersensibile, vergognoso e diffidente; e Valeria, solare, diretta), bella e ingenua, sensuale e innocente, corteggiata e maldestra, fiera e indifesa, disponibile a tutti e avida di vita, scambiata dalla grettezza paesana per una poco di buono ma di sanissimi principi. Anna, scacciata da Mario aizzato dalla cognata Leda perbenista e invidiosa, e allontanata dai figli adorati. Anna circuita da mandrilli, faccendieri, cinematografari, che in realtà non ha mai tradito. Anna che peserà con la sua debordante, schiacciante e impresentabile vitalità sulle esistenze di Brunoe Valeria: il primo in eterna e infelice fuga ed eternamente condizionato da quel prepotente modello femminile, Valeria alla metodica ricerca della più piatta e prevedibile normalità. Anna è per gran parte della storia Micaela Ramazzotti: Marilyn borgatara in Tutta la vita davanti, vertice femminile di un pudico triangolo in Questione di cuore di Francesca Archibugi, da pochi mesi moglie di Virzì. E questa sarà per la sua carriera un' occasione d' oro. Poi, Anna diventa Stefania Sandrelli. Celebrandosi così, almeno per gli estremisti del culto cinefilo, una festa di rimandi, citazioni, passaggi di testimone. Bruno e Valeria, da grandi, sono Valerio Mastandrea e Claudia Pandolfi. « Q u e s t a v o l t a m e n o società/attualità e più sentimenti familiari. Infatti mi sento più indifeso», dice Virzì. «E una città che dietro la sua crosta spavaldae spiritosa si rivela perfida e malevola. Una Livorno un po' vera e un po' immaginata. Con la sua Dolce Vita, quella riflessa dalla vicina Castiglioncello meta vacanziera di Sordi, Mastroianni, Panelli. E con il suo notabilato di discendenza fascista: la città della famiglia Ciano. E con la sua fatidica, vera, notte di Miss Pancaldi, che ricordo bene: Johnny Dorelli cantava L' immensità e Carissimo Pinocchio ». Ma niente Livorno icona rossa. «È un' altra Livorno, non è quella degli operai comunisti. Ma di una piccola borghesia che sogna le mitologie di quegli anni. In mezzo alle quali si trova suo malgrado la protagonista. Giovane mamma bellissima ma inconsapevole, che non aspira a una vita diversa da quella che ha. Destinata, senza volerlo e averlo cercato, a tener testa a un panorama umano, e maschile, di squallore e vigliaccheria». La verità, dice Virzì, «è che non so bene neanche io da che cosa sia nata questa storia. Posso dire che l' estate scorsa ero qui con la scusa di girare il documentario su Bobo Rondelli. E mi sono sentito totalmente investito, dopo tanto tempo, dall' atmosfera della città. Si sono accesi tanti ricordi». Ha cominciato a fare pace con l' origine dalla quale ragazzo era scappato per fare il cinemaa Roma. Insomma, quanto c' è di autobiografico? «Per inventare una buona bugia bisogna metterci dentro dosi di verità. Autobiografico non è. Ma è vero che anche mio padre era maresciallo dei carabinieri. È vero che mia mamma era cantante e la sua vivacità di 74enne supera di gran lunga quella mia e di mio fratello messi insieme. È vero il desiderio di dare voce a un' Italia che ne ha viste tante e ha combattuto, con un gusto della vita e un' energia che noi figli del benessere, sconsolati e incapaci di godere degli affetti, abbiamo perso. È vero il sentimento del ritorno a casa di chi è andato via dalla famiglia e dal proprio mondo polemicamente, anche con spirito di sfida infantilmente "eroico", che non vorrebbe ricordare nulla ma a un certo punto è costretto, non si può sottrarre. Ma effettivamente faccio un po' fatica a parlarne». Bruno, il figlio di Anna, è nato nel ' 64. Come Virzì. Che però a differenza del fragile Bruno torna nella città dalla quale si era sentito incompreso e non meritato, «ricco e spietato come il conte di Montecristo». A questa lettura il regista si fa una risatona: nega, naturalmente, ma forse non gli dispiace.



  PAOLO D'AGOSTINI


  Articolo pubblicato su "LA REPUBBLICA" del 30 Maggio '09
 

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