Looking for Eric di Ken Loach
Come si fa a vivere senza Ken Loach?
Specie quando il regista figlio di operai del Warwickshire ha tra le mani un copione del suo vecchio socio Paul Laverty, e c’è da mettere in scena lo humor dei subalterni britannici, e da filmare quei tinelli, quei cortiletti, quelle facce paonazze, quei corpi da working class dallo stomaco gonfio di birra, mentre ci si danna l’anima per la sopravvivenza nella nuova Inghilterra del libero mercato. Ma stavolta, amici cari, c’è qualcosa di nuovo e di sorprendente: se in genere nei migliori Loach l’ironia è l’arma dei disgraziati per proteggersi dallo sconforto per il proprio destino atroce, e si ride in modo amarissimo, in questa happy comedy tra vecchi tifosi del Manchester United, la vicenda ci mette presto sotto il naso un evento esilarante dal sapore soprannaturale. Un modesto postino di mezza età, dall'esistenza disordinata e infelice, in balia di attacchi di panico che cerca di curare, insieme ad altri sciagurati come lui, con improvvisate e patetiche terapie motivazionali di gruppo, una sera, nella sua modesta abitazione, vede apparire magicamente il suo idolo in carne ed ossa, venuto appositamente ad infondergli coraggio: il Re dell’Old Trafford, il goleador Eric Cantona in persona, nella parte di se stesso. Appena appena un po’ appesantito, col suo inglese dolce da marsigliese, la barba sale e pepe, la carismatica ala destra dei Red Devils anni Novanta diventa per il postino dalla vita vessata e sgangherata una specie di premuroso angelo custode, col quale confidarsi, bere un goccetto, fumarsi una cannetta d’erba. E proprio grazie ad un amico invisibile così speciale, in una relazione confidenziale comica e miracolosa che ci ricorda quella tra il Woody Allen e l’Humphrey Bogart di “Play it again, Sam”, quest’omino interpretato da tale Steve Evets, faccia sensazionale che ci pare di non aver mai visto prima al cinema, può finalmente godersi l’inattesa possibilità di una gioiosa riscossa.
Cosimo Piovasco



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