“La doppia ora” si avventura in territori oscuri, misteriosi, inquietanti: non teme di colorare il nero con la cronaca e di lasciarsi dietro l’ombra languida dell’inspiegabilità. Ha il merito di far tesoro di alcune riscoperte del cinema thriller e horror recente: la semplicità classica, che rievoca Hitchcock e Polanski. Gestisce bene i caratteristi, mostrando di conoscere il potere evocativo di certi volti e tipi umani dannatamente normali. E ha il coraggio di diversificare l'uso delle due star: il protagonista maschile rimane quasi in disparte, nell'ombra, perché il regista sembra conoscer bene il valore del non visibile, anche sfruttando elementi metafilmici. Filippo Timi, per esempio, ci sembra che tragga vantaggio dall’essere proprio Filippo Timi, è quel tipo di attore che conferisce al proprio personaggio qualcosa di segreto e minaccioso, e il pubblico sembra predisporsi al suo progressivo disvelamento. Qualcuno potrebbe sentire odore di typecasting, vale a dire l'identificazione ripetitiva di un certo attore con un certo ruolo o genere narrativo, ma in fondo questo ci sembra un ulteriore segnale di consolidamento del nuovo star system italiano: la notorietà ed il credito di attori di personalità si ripercuotono positivamente sul film.
La brava Rappoport per esempio, rivelatasi in Italia con “La sconosciuta” di Tornatore, dopo questa notevolissima opera prima di Capotondi, sembra diventare il volto simbolico di un genere cinematografico noir da tempo latitante fra le produzioni italiane.
Enrico Battocchi



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